
Torre Normanna (Altavilla Milicia) Palermo



Un gruppo di rane stavano viaggiando attraverso la foresta quando due di loro caddero dentro una buca profonda. Quando le altre rane videro quanto era profonda la buca, suggerirono a quelle finite lì dentro che erano spacciate.
Le due rane ignorarono i commenti e cercarono di saltare fuori dalla buca con tutte le loro forze. Le compagne nel bosco continuavano a dire loro che era inutile tentare di saltar fuori, perché tanto erano spacciate. Alla fine, una delle due rane si rassegnò alle predizioni delle compagne e smise di cercare di uscire. Estenuata, morì.
L’altra rana continuò a saltare più forte che poteva. Ancora una volta, la folla di rane alla cima della buca gridava di rassegnarsi, smettere di soffrire e lasciarsi morire. La rana saltò con ancora maggior forza e alla fine ce la fece ad uscire.
Quando fu fuori, le altre rane le chiesero, “Ma non hai sentito quello che ti gridavamo?”. La rana spiegò loro che era sorda. Pensava che le sue compagne, per tutto il tempo, la stessero incoraggiando.
Tieni sempre presente che la tua ferma convinzione di riuscire è più importante di qualsiasi altra cosa. Abraham Lincoln

Ci sono luoghi che restano lì ad aspettarti insieme alle persone fino a quando giunge il tempo e quando questo accade, avviene come una fusione inspiegabile a parole. Guardavo il mare che pareva ribollire quando l’aliscafo fendeva le sue onde. Solo azzurro attorno e poi d’improvviso la visione violenta di quelle rocce, come uno squarcio dentro gli occhi, mi aveva tolto il respiro. Rocce laviche
sembravano essere uscite in quel momento dal mare a voler toccare un cielo indeciso. Fumava il cratere accogliendo uomini che si avventuravano sopra la sua pelle dura, nera, arsa, lassù in cima tra il fuoco addormentato ed un cielo azzurro timido. Le case erano tutte bianche con piccoli giardini, finestre colorate, dipinti sulle parenti raffiguranti scene marine, la terra era nera e le piante non molto sviluppate, tranne il gelsomino, che aveva i fiori enormi e profumatissimi. C’erano pochi turisti ed una piccolissima chiesa ,povera e bianca con un crocifisso che si fondeva con il legno della sua croce. Eravamo stati accolti da un amico che ci aveva condotto dalla sua nonnina, che affittava camere. Il cognato ci aveva mostrato la stanza e la cucina, poi aveva dato due conigli al nostro amico per portarli al ristorante della sorella.” Ce ne sono tantissimi qui,li ho cacciati stamattina” aveva detto nascondendoli frettolosamente in una busta di plastica per la mia espressione dispiaciuta.” Conosco questo sguardo,mi aveva detto sorridendo, è lo stesso di mia moglie quando li vede”. Affittammo uno squod per girare l’isola, sentivo fortemente il bisogno di ascoltare quella terra dai colori giallo ocra, rosso e nero. Il paesaggio sul cratere era arido, quasi completamente privo di vegetazione,mentre lungo il sentiero vi erano oleandri profumati, pini, ginestre, vigneti, alberi di limoni, mandarini, arance, cespugli di giunchi, fichi d’india e capperi. Il primo ad innamorarmi fu un faro, il faro di Gelso, chiamato così perché quella zona pare che un tempo fosse piena di alberi di gelso.
Emozionante vederlo da vicino, passeggiare sulle pietre nere di quella spiaggia, immaginare le tempeste e la sua luce benedetta come una mano che ti afferra nel buio. Introducendomi in un viottolo fui attirata dai colori di una barca disegnata in un cancelletto di legno di una casa, dalle sue amache, dai gerani e dalle angurie piccolissime, assetate e striscianti sul terreno arido. Poi visitammo una chiesetta del 1800 deliziosa e piccolissima,con la statua preziosa in legno della Madonna col bambino. Alle tre del pomeriggio arrivammo alla spiaggia dell’Asino,

una meravigliosa , sottilissima spiaggia nera dove facemmo il bagno e consumammo un ottimo panino e qualche pizza. I ragazzi , gestori del lido, erano simpatici, ci raccontarono che il posto si chiamava così perché un tempo le barche scaricavano le merci in questo posto , dove c’erano gli asini pronti ad essere caricati. Capo Grillo fu l’altra destinazione, un posto molto alto dove poter ammirare tutte quante le isole Eolie.
C’erano ville e l’aria profumava di oleandri e pini. Quel posto dominava il mare, il cielo, le isole. Ero come in preda ad una frenesia interiore e poi ad una pace che colmava l’anima. Quanta bellezza e potenza in quel luogo, quanto stupore e piccolezza di fronte alla verità. La nonnina della casa dove alloggiavamo stava seduta di fronte al suo giardino con un fazzoletto nero in testa e diceva le sue preghiere. Mi avvicinai guardando le sue piante e mi disse che era assediata dalle formiche. Le risposi che tornata nella mia città le avrei telefonato per darle il nome di un buon disinfestante ed aggiunsi che la sua isola era un posto magico e meraviglioso. A queste parole sorridendo mi raccontò la sua storia dicendo che un tempo aveva avuto una pensione con 18 camere e che era riuscita a gestire tutto da sola. Diceva che nella sua famiglia erano 11 e tutti viventi, che non avevano patito la fame durante la guerra. Che i pescatori gli davano il pesce e loro la frutta e verdure e conigli e le uova. In cambio di cibo ricevevano persino lenzuola ricamate . Poi era caduta e s’era rotta una gamba e un’altra volta il braccio. Ora aveva solo tre stanze e la sua casa nuova e le sue piante., un piccolo giardino di terra nera pieno di piante grasse, gelsomini, vinca ,portulache, amarillis, ibiscus e pomelie. Mi mostrava le piante e le ripuliva , parlava fischiettando un poco dato che non aveva più denti. Il pescatore ci aspettava per farci fare il giro dell’isola, mi aiutò a salire sul suo peschereccio e partimmo. Il capitano era un uomo anziano dalla pelle abbronzata e secchissima, i capelli e la maglietta erano bianchi come la neve. Padre e foglio si alternavano alla guida raccontando dell’isola. “ Il vulcano dorme, dicevano. Siamo 500 abitanti d’inverno e ci conosciamo tutti, d’estate viviamo portando in giro i turisti” Osservavo la piccola cabina col timone in legno, una bussola grande, la foto di Padre Pio e dei parenti. Lo spettacolo naturale mi spezzò quasi il cuore. C ‘erano momenti in cui mi staccavo da tutti e guardando quel mare blu, le rocce frastagliate, le spiaggette nere, i gabbiani solitari, le croci bianche ad indicare i luoghi dove erano morti i subacquei,la vegetazione che cambiava da una parte dell’isola all’altra, non si riusciva a fare altro che pregare. Mi veniva di pregare e mi commuovevo fortemente quando il mare da turchese passava al blu e poi al verde nella Piscina di Venere o nella Grotta del Cavallo,

chiamata così perché in un certo periodo dell’anno quel tratto di mare diventa ricchissimo di pesce e cavallucci marini, accorsi lì per riprodursi. Osservavo come dalla dune di sabbia nera nella Valle dei Mostri

apparivano mostri di roccia lavica, e nel mare alcuni scogli assumevano la forma della testa di un cane e di un leone. Il capitano mi mostrava le caverne, il fuoco del vulcano, i faraglioni

e lo scoglio con
avrei voluto non scendere mai da quella barca. Giunti al porto scendemmo salutandoli e ringraziandoli della loro gentilezza e calorosa ospitalità mentre un odore di zolfo,simile alla puzza di uova marce ci provocava un po’ di nausea. Ci avviammo ai fanghi vedendo la gente immersa fino al colo e poi entrammo dentro l’acqua del mare, che ribolliva a causa di alcuni soffioni caldi che arrivavano da sotto sporcando il costume di mucillagini bianche e impregnandolo d’odore di zolfo. Anche il tramonto in quest’isola

aveva una luce diversa e la notte pareva più scura e ricca di stelle dato che c’è meno illuminazione. Al mattino dopo la nonnina delle camere mi fece trovare un pacchetto di carta con le talee delle sue piantine grasse, alcune avvolte in in pezzetto di stoffa inumidita. Mi chiamò offrendomi il caffè, tenendo in mano un fiore di pomelia, mostrandomi quale ramo avrebbe tagliato per fare una pianta nuova. “ Ho vinto tre volte il premio delle piante più belle e particolari sa, in qualsiasi periodo dell’anno questo giardino è sempre fiorito” Ci salutammo con un abbraccio e la promessa di rivederci. La nave al porto ci aspettava per ricondurci a casa. Salutai con ossequioso rispetto il Vulcano fumante, ripromettendomi che sarei tornata per fare l’unica cosa che il tempo troppo breve non mi aveva permesso :scalarlo.