venerdì, 06 novembre 2009

 Farfalla
Un periodo con un caos così fertile non capita spesso. E’ un mese di pioggia e sole, freddo e poi caldo, un mese di margherite gialle, tageti, le prime arance , le ultime rose. Sono tornati i passeri ed i pettirossi a cercare cibo, le chiocciole ed i bruchi fanno festa e le api assieme alle farfalle nere si godono gli ultimi caldi raggi di sole. La luna, grande e bianca, sopra la casa mi sorprende e incanta mentre faccio l’ultimo giro tra le mie piante prima di andare a dormire. I cani sembrano impazziti, inseguono qualcosa e senza timore entrano nelle aiuole tra i limoni, i rami un po’ spogli di basilico, le prime foglie delle fresie e gli ultimi peperoncini. C’è un topolino… c’era un topolino. La casa è in festa per l’approssimarsi dell’inverno, l’hanno annunciato l’arrivo dei piumoni caldi e colorati, l’odore dei mandarini e quell’accoccolarsi sotto le coperte guardando un film (e pensare che odiavo la tv in camera da letto, ma le cose cambiano assieme a noi). Le torri di libri sul mio comodino aumentano, sembrano vivi, paiono muoversi nel loro disordine pronti ad essere consultati, restano in bilico, ma in equilibrio accanto al mio rosario e all’orsetto di peluche, che mi hanno regalato i miei figli. Ci sono notti in cui mi ritrovo immersa nei colori dei mandala, libera in spazi che non hanno limiti, tra luci bianche ed azzurre e la calma di un fiume alla cui riva un vecchio ed un bambino sembrano conversare. Penso ad Irina, ai suoi boschi, al freddo, alla sua nonna, a quella casa di legno che scricchiolava, ai bucaneve d’inverno ed ai mughetti invadenti in primavera. C’erano i lupi e gli sciacalli, di cui aveva paura, ed in soffitta assieme al mais che doveva seccare, c’erano i topi e Fufi, la micia nera, che era una grande cacciatrice, ma poi era morta investita da una macchina. Irina con quei suoi occhi grigi di gatta, la delicatezza in persona, l’armonia, la grazia e sensualità nei movimenti e quel fuoco a volte indomabile, che prendeva vita quando suonava il pianoforte tornando coi ricordi a Pietroburgo, alla sua scuola, agli insegnanti rigidi ed al suo sangue sui tasti bianchi mentre suonava e suonava ancora. Irina che prega la dea Tripuri Sundari e le offre come dono fiori, che indossa gonne lunghe ampie e colorate, che porta orecchini pendenti e tiene i capelli raccolti in una lunga treccia. Ha la pelle chiarissimo tipica delle donne dell’Est, eppure la sua anima è indiana. Mi parla della sua Terra, dei poeti russi, di come insegnava ai suoi ragazzi incuriosendoli con brevi racconti di vita privata dei letterati. Irina ed il suo saper vedere il fuoco maschile dentro gli uomini, i trucchi della femminilità e sensualità, l’amore per le erbe e le luci soffuse, l’amore per l’alba ancora più che del tramonto. Non alza mai lo sguardo quando mi racconta di un uomo che ha tanto amato, lei così sicura ed equilibrata nasconde nello sguardo abbassato un dolore passato ed una passione indomata. E’ stata una lunga notte quella di Irina in cui raccontava delle sue vite passate, quando insegnava alle donne a suonare , danzare, cantare, servire il tè, a recitare poesie, ad avere cultura e grazia, a guidare ed accompagnare l’uomo. Parliamo di Dio e di dei, ognuno ha il suo e tutti nel mondo l’Unico e Universale. Parliamo di notte col mare in tempesta di spiritualità e bellezza. Io penso al professore tedesco universitario, alle sue parole e risposte, a quel suo abbraccio paterno dicendomi, sei uno splendore. Penso al mio amico, alle sue paure, alle nostre lettere, alle risonanze e vibrazioni, alle stesse esperienze, alle preghiere ed ai canti gioiosi dei giovani, alla gente che cerca, che diventa estrema nelle scelte, nelle parole e nei giudizi. Penso al coraggio, alla perseveranza ed alla flessibilità… Rifletto..  E poi penso ancora alla farfalla nera, al mio divenire fiore, al suo poggiarsi sulla mia mano senza paura, al mio poterla guardare negli occhi e nel petto piumoso,felice. E’ un autunno di introspezione e interiorizzazione in cui le parole fanno fatica ad uscire. Fermentano piano assieme ai pensieri..

martedì, 27 ottobre 2009

I colori del mare di ottobre

Amo questa Terra di un Amore che mi toglie il fiato..
 
Monte Catalfano (Palermo)

 
monte pellegrino
torre normanna 2Torre Normanna (Altavilla Milicia) Palermo
 
torre normanna
torre normanna 1
Aggiungo al mio post il link http://sullespalledeigiganti.splinder.com/  in cui l'amico Mel delle immagini che anch' io ho visto ha fatto Poesia
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mercoledì, 21 ottobre 2009

Il decotto di alloro

Melina era arrivata in ritardo col fratello. Franco e Nina la stavano aspettando seduti sopra una panchina nella piazza più grande della città, osservando la bellezza e maestosità di quei tronchi centenari. Melina s’era fatta due treccine, ma i capelli erano troppo corti per darle un aspetto ordinato e troppo biondi, con una vistosa ricrescita scura, per farla sembrare chic. Era vestita di bianco, questa volta nascondeva il seno troppo prosperoso, ma aveva fatto altri tatuaggi ed altri piercing. Portava gli occhiali da sole anche se era notte e masticava una chewingum. Aveva modi di fare sicuri, troppo duri e poco femminili. Parlava in dialetto e ad alta voce, guardava negli occhi sfidando i pensieri, non temeva niente e nessuno. Nina l’ascoltava mentre parlava con Franco di galera, di indulto e nuova vita, di lavoro e di figli. Nina notava che Melina aveva un amore grande per i suoi quattro figli, che stonava con i suoi gesti ed il suo aspetto strafottente. Melina ogni tanto guardava Nina -I miei figli non ne hanno preso na picca i mia, nun sugnu scattri, io ormai ho l’esperienza-diceva alternando parole in italiano a parole in dialetto -Mio figlio non mi ha voluto sentire, a quest’ora non sarebbe dentro. Non lo sopportavo a tuo marito, quando u vidia rrivari se ci putia sparari, ci sparavu, ma questo è il suo lavoro ed io sto dall’altra parte. Abbiamo imparato a rispettarci, iddu sa chi m’avi a pigghiari cu bonu per ottenere quello che vuole, ed io se mi sento rispettata come essere umano, rispetto- Nina ascoltandola alternava emozioni di curiosità e leggero turbamento. Melina la provocava -Mi voglio fare il porto d’armi, mi cattu na mitraglietta che mi serve di sicuro- ripeteva facendo l’occhiolino. Franco faceva finta di ignorarla, parlava col fratello, un ometto di un metro e sessanta tondo e lento, che a guardarlo e a sentirlo ci si rilassava quasi fino ad addormentarsi, poi ogni tanto lanciava occhiate rassicuranti a Nina. Melina volle offrire a tutti un caffè, nel bar tutti si girarono a guardarla, non si poteva non notarla con quegli occhiali scuri e la sua teatralità. Franco la tranquillizzava dicendole che si sarebbe informato se la nuora, anche se non sposata, sarebbe potuta andare a trovare in carcere suo figlio. Melina pareva forte, impavida ed impulsiva, non mostrava alcuna sofferenza e cicatrice visibile agli occhi di chi la guardava. Nessuno avrebbe immaginato che aveva avuto quattro uomini, uno peggio dell’altro, che l’avevano introdotta in un mondo di droga, soldi facili e prostituzione. –A quest’ora avrei avuto venti anni di servizio come poliziotta- diceva a Nina - Bene, ti vedo come poliziotta- le rispose Nina. Melina scoppiò in una fragorosa risata -A mia poliziotta- diceva schifata -Ma perché è così vergognoso essere poliziotti?- chiese Nina - Ma no,rispose lei, ognuno col suo destino-  D’improvviso cambiò atteggiamento, le parlò senza più pregiudizi e remore -Vado ogni anno alle Terme per problemi alla gola, faccio tutto, insufflazioni, massaggi, fanghi.. guarda che pelle che ho- -E’ vero- le disse Nina -Hai una pelle bellissima e d’estate ti immagino con un’abbronzatura dorata-  -Voglio dirti i miei segreti, non uso nessuna crema antirughe, ma la nivea in barattolo blu, provala rende la pelle fine come seta. E poi conservo del fango in un barattolino di vetro per quando viene fuori qualche brufoletto. E’ miracoloso!- Nina la vedeva trasformarsi sempre più in donna, Melina aveva abbandonato la durezza e l’aggressività, la spavalderia. Melina si apriva e non si sentiva giudicata, loro comunicavano e si comprendevano, erano semplicemente due donne. –Prova a lasciare in ammollo, dopo averlo lavato, l’intimo bianco in un decotto di alloro, vedrai che candore e profumo!- Nina scoprì così l’amore di Melina per le cose naturali, sembrava un controsenso con la vita che conduceva. All’avvicinarsi di Franco e del fratello tornò dura, mascolina, sfottente, ruvida, pungente e sprezzante -Non ho paura di nessuno, quando sono andata a trovare mio figlio in galera, ho cacciato quel pedofilo di suo padre, che era lì. La guardia mi aveva detto di non cominciare a gridare e fare problemi, ma io l’ho fatto andare via con la coda tra le gambe a quel porco  e la guardia mi ha lasciato fare. Non mi scanto di nessuno io- Si salutarono e Melina sorrise a Nina, Nina sorrise a Melina. Presero strade diverse nel buio di quella notte in una città che pareva dormire.
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sabato, 17 ottobre 2009

Ci provo..          



Amo questo grigio e questa pioggia sottile
il suo rumore sulle foglie e la terra
le gocce che restano appese
Amo questo giallo e rosso d'ottobre
e questo rifiorir di rose
questo scalino freddo su cui sono seduta
impregandomi di silenzio e ricordi
Odo il verso di passeri che non vedo
ma ci sono
Voglio nascondermi alla vista degli occhi curiosi delle case vicine
e resto in un angolino in compagnia di un suono di campane lontane
C'è un odore dolciastro nell'aria
mi profuma di arance amare l'anima pudica



La foto è di Massimo Dordoni
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martedì, 13 ottobre 2009


 
GRAZIE , un mio pensiero per voi
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lunedì, 12 ottobre 2009

In cerca di speranza

Non riesco più a scrivere amici miei, sono turbata da tutto quello che sta succedendo nella mia città, dal dolore che ci attanaglia,, dall'abbandono ,dall'indifferenza, da quell'indice puntato, da quello che leggo sui giornali, su facebook, dal razzismo, da quel volere incolpare come sempre i siciliani per quello che è successo. Troppe polemiche, non starò qui a farle anche io. Seguendo i dibattiti,leggendo i giornali ,la visione della realtà è molto chiara. Vorrei solo che ci fosse più rispetto per questo dolore, per questi morti, per le famiglie colpite, per tutti noi. Quanta amarezza.. Stanotte ho sognato un uomo che si dimenava nel fango e chiedeva aiuto...Continuo a dormire male, i valori in cui credo vacillano fortemente ed io mi sento persa..Vorrei che quell'ondata di fango si trasformasse in un'ondata d'Amore. Un mio carissimo amico mi ha augurato questo in una mail stamattina:che un'ondata di Amore abbagli il male che tormenta il tuo cuore.Un'ondata d'Amore..spero arrivi assieme alla speranza
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sabato, 03 ottobre 2009

2 ottobre


La sera eravamo usciti fuori ad ammirare lo spettacolo nel cielo. Stava cominciando a piovere ed i fulmini parevano fare a gara nell'alternarsi uno dietro l'altro illuminando il crepuscolo. Tuonava forte. Non so perchè allo scrosciare forte della pioggia avevo ringraziato Dio di essere al sicuro in casa con i miei familiari. Mi dava un senso di conforto immaginarmi al calduccio nel letto accanto alla persona che amo, poi alle due del mattino avevo aperto gli occhi  e non ero riuscita più a dormire,attanagliata dall'inquietudine. Al mattino presto aveva squillato il telefono e mio marito era partito in fretta. Disastro. Proprio lì in direzione di quella zona in cui avevo fotografato il fulmine. La pioggia era incessante, il telefono continuava a squillare,amici e parenti chiamavano da tutta l'Italia. Dov'erano finiti gli Angeli nel giorno della loro festa? Fango,distruzione, morte, sconvolgimento. Mia cugina era appena arrivata dalla Calabria con la sua bambina, la caronte era piena di giornalisti, gli elicotteri sorvolavano instancabili la città. Immagini di disperazione in tv, di dolore e rabbia.
Mia madre mi ha regalato delle scarpe da ginnastica bianche ed azzurre per il mio onomastico, mia sorella ha ordinato per me un acero rosso. La voce mi si abbassa e l'angoscia continua a salire. Mangio spesso cucchiaiate di nutella, tranquillizzo i miei ragazzi pur non avendo notizie del loro padre. Lui è lì in quell'inferno freddo, dov'era stato anche due anni fa per lo stesso motivo. Le scarpe sono bianche ed azzurre, è l'azzurro che mi attrae, quello che manca nel cielo. Dove sono finiti gli Angeli?Sono lì a scavare,a confortare, a lottare contro la morte, sono insieme alle persone disperate. Il telefono continua a squillare, mio suocero ha già chiamato sei volte. - Tutto a posto, tra un pò vadio a dormire. Ma che succede? il terremoto..- Dall'altro lato del telefono la donna sente un boato,poi il silenzio. Così una collega di un mio carissimo amico ha vissuto in diretta la morte di suo padre. Impotenza, rabbia, riflessioni. Penso a Berlusconi..alle ragazze così giovani che vanno a letto con i politici, penso alla nausea che mi sale. Provo a chiamare per avere notizie. Mi rispondi:-Stai tranquilla, non posso stare al telefono, non so quando torno- Penso alla condizione della donna, al cammino che ha fatto, alla sua dignità messa sotto i piedi da lei stessa. Il telefono continua a squillare. La salsiccia con le patate è nel forno e il profumo si espande in tutta la casa. Il gatto ha ripreso a dormire sulla sua copertina di lana,non preferisce più la frescura del pavimento. Assaggio i fichi ricoperti di cioccolato che mi ha portato mia cugina dalla Calabria, li offro ai miei genitori, ai ragazzi , a mia sorella. Provo a placare l'angoscia mangiando, me ne rendo conto. -Mamma non è che avviene un'altra frana,quando torna papà?- -Stai tranquilla, non c'è pericolo, lì sono in tanti e tutti aiutano e si aiutano- Piove , mio figlio torna dal suo primo giorno di palestra fradicio di pioggia. Le immagini che si susseguono in tv sono di morti, feriti, sfollati e fango, fango distruttore ed assassino ovunque. D'estate andiamo sempre a prendere il gelato buonissimo a Briga, conosciamo bene il barista e la tabaccaia. Dov'è il bar ora e dove sono le persone? Ceniamo. Gli Angeli non cenano, continuano a scavare  e quelle persone sono disperate. Il telefono squilla ancora, è mia cugina da Milano. E' Rocco dal Lussemburgo , sono i cari amici da Cefalù.Preoccupazione. Con mia cugina sottovoce rispolveriamo qualche nostalgico ricordo mentre la pioggia continua a cadere, ma i racconti si spezzano, sono i nostri silenzi a spezzarli. E' mezzanotte, sono ancora senza notizie, i ragazzi sono a letto, anche mia cugina e la sua bambina. Ho i cellulari ed il portatile sul comodino , sopra i miei libri. Non riesco a leggere, non riesco a dormire. Penso al senso della vita. Ci penso tutti i giorni dall'adolescenza, sono sempre in fermento come allora, in combattimento con la mia crescita interiore, con gli eventi esterni, con le esperienze mie e degli altri. Sfinita mi appisolo. Alle quattro ti sento arrivare,non ti chiedo niente, ti abbraccio. Crolli esausto per poche ore. Io ti guardo,fuori continua a piovere. Tre ore di sonno e riparti. Tre ottobre:ci sono ancora persone sotto le macerie, ci sono telecamere provenienti da tutta Italia. La potenza dei mezzi di comunicazione permette di far sapere tutto in pochi attimi in posti lontanissimi. Il fango non permette di comunicare con chi è rimasto isolato, la pioggia può provocare altre frane. La moderna e sofisticata tecnologia ora non può fare alcun miracolo, solo le mani nude dell'uomo umile forse possono..

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domenica, 27 settembre 2009

Silvia aveva sorseggiato il caffè con la sua amica, poi l’aveva portata a vedere una mostra di pittura ed alla sua libreria preferita. Lì in mezzo ai libri stava bene, era con loro che comunicava, tra loro trovava conforto ed il mondo che desiderava. Le commesse l’avevano salutata affettuosamente , ma con distacco. Lei leggeva nei loro occhi la pietà, ma s’era abituata ad essere trattata come una reietta, una diversa , una, per gli altri, ai margini dell’esistenza. L’autista l’aspettava fuori, i soldi non le mancavano. Conosceva tanta gente della Catania bene, ma era lì che aveva incontrato ed era stata divorata dal vuoto. Si era innamorata di quella città, in fondo non era tanto diversa dalla sua Napoli., entrambe con un vulcano, entrambe con la gente dall’animo e l’aspetto colorato, vivo ed allo stesso tempo disperato. Un urlo continuo a volte più dolce , altre stridulo, così le pareva la voce di quei cittadini con i loro santi, i loro mercati e quell’afa soffocante come un peccato che gravava sopra i loro cuori. Silvia se n’era andata a Milano a lavorare nel mondo della moda e dell’arte, era stata lì per qualche anno e si era ambientata presto, aveva preso quei ritmi frenetici, tornava al mattino presto dalle discoteche, dormiva qualche ora e poi andava a lavorare in un’agenzia di moda. Era stata bella, statuaria, una meridionale colta , ricca e bella , che aveva avuto le sue storie, poi si era innamorata di un adone, che l’aveva introdotta in un giro di alcol, divertimenti e stupefacenti. Aveva imparato a giocare in quel mondo ad apparire bella, brava, perfetta in ogni situazione. Riusciva a mantenere ancora un equilibrio grazie alla sua educazione, alle sue origini, sapeva quali erano i limiti da non superare. Poi un giorno tornò a casa prima del previsto, voleva fare una sorpresa a Saverio, gli avrebbe preparato una cenetta con le sue mani. Ma quando rientrò lo trovò in camera da letto in atteggiamenti inequivocabili con un altro uomo. Scappò via , non riusciva a respirare, vagò per tutta la notte e l’indomani fredda come il ghiaccio, con  lo sguardo stralunato lo cacciò di casa. La sua reazione a questo colpo infertole dalla vita fu lasciare il lavoro, bere ,fumare, concedersi. La portinaia di casa telefonò alla sua famiglia dicendole che non vedeva Silvia da tre giorni. I genitori di lei partirono immediatamente ed entrando nell’abitazione si trovarono davanti uno spettacolo inimmaginabile. La casa era sporchissima, c’erano piatti luridi, alcuni rotti, mobili rovesciati ,bottiglie vuote e lei , lei era spettinata, sporca ,irriconoscibile, ripiegata su se stessa con gli occhi sgranati, cerchiati , assenti. La portarono giù nella terra calda che li ospitava. Seguirono giorni di disperazione. Silvia rifiutava di parlare, mangiare, uscire. Andò da un psichiatra, poi da un psicologo, accettò le terapie tutto e solo per amore dei suoi genitori, l’unico che le era rimasto. Non aveva più amore neanche per se stessa.. le rimanevano i libri, le mostre , le poesie. Non le interessava più la gente con cui aveva rapporti superficiali e radi ,sempre più radi. Aveva quasi quaranta anni , non le interessava più la gente,l’apparenza e quell’usarsi vicendevolmente. Sua madre le trovò un lavoro da un notaio per impegnarla , per distrarla. Lui le dava quattro soldi, ma Silvia non lo sapeva, riceveva ogni mese cinquecento euro per mezza giornata. Era sua madre a sua insaputa a pagarla con la complicità del notaio suo amico. Usciva con lei ogni tanto una ragazza, un’artista che doveva provare a reintregarla nella società. Anche lei veniva pagata a sua insaputa per farle compagnia. L’amore veniva pagato, l’amore non c’era più , era diventato merce di scambio. L’autista la lasciò al bar e se ne andò, lì l’aspettava una nuova conoscente. Bevvero un caffè, andarono ad una mostra, in libreria. Salirono in macchina, ma quando rimasero bloccare nel traffico, Silvia aprì lo sportello, salutò in fretta e scese. Corse, prese il tram per stare con la gente che non la vedeva , non la guardava, lì in mezzo stava bene. Era robusta ora, , prendeva ancora qualche farmaco, le faceva compagnia la solitudine, sole di lei si fidava, l’unica che non le avrebbe fatto male. Squillò il telefono alla sua nuova amica –Ti prego riporta alla vita  mia figlia, sono disposta a pagarti.. – disse la madre piangendo. – Esci con lei, parlale, amala..-
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giovedì, 24 settembre 2009

Le due rane

Un gruppo di rane stavano viaggiando attraverso la foresta quando due di loro caddero dentro una buca profonda. Quando le altre rane videro quanto era profonda la buca, suggerirono a quelle finite lì dentro che erano spacciate.

Le due rane ignorarono i commenti e cercarono di saltare fuori dalla buca con tutte le loro forze. Le compagne nel bosco continuavano a dire loro che era inutile tentare di saltar fuori, perché tanto erano spacciate. Alla fine, una delle due rane si rassegnò alle predizioni delle compagne e smise di cercare di uscire. Estenuata, morì.

L’altra rana continuò a saltare più forte che poteva. Ancora una volta, la folla di rane alla cima della buca gridava di rassegnarsi, smettere di soffrire e lasciarsi morire. La rana saltò con ancora maggior forza e alla fine ce la fece ad uscire.

Quando fu fuori, le altre rane le chiesero, “Ma non hai sentito quello che ti gridavamo?”. La rana spiegò loro che era sorda. Pensava che le sue compagne, per tutto il tempo, la stessero incoraggiando.

Tieni sempre presente che la tua ferma convinzione di riuscire è più importante di qualsiasi altra cosa. Abraham Lincoln

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sabato, 19 settembre 2009

Vulcano

 

Ci sono luoghi che restano lì ad aspettarti insieme alle persone fino a quando giunge il tempo e quando questo accade, avviene come una fusione inspiegabile a parole. Guardavo il mare che pareva ribollire quando l’aliscafo fendeva le sue onde. Solo azzurro attorno e poi d’improvviso la visione violenta di quelle rocce, come uno squarcio dentro gli occhi, mi aveva tolto il respiro. Rocce laviche sembravano essere uscite in quel momento dal mare a voler toccare un cielo indeciso. Fumava il cratere accogliendo uomini che si avventuravano sopra la sua pelle dura, nera, arsa, lassù in cima tra il fuoco addormentato ed un cielo azzurro timido. Le case erano tutte bianche con piccoli giardini, finestre colorate, dipinti sulle parenti  raffiguranti scene marine, la terra era nera e le piante non molto sviluppate, tranne il gelsomino, che aveva i fiori enormi e profumatissimi. C’erano pochi turisti ed una piccolissima chiesa ,povera e bianca con un crocifisso che si fondeva con il  legno della sua croce. Eravamo stati accolti da un amico che ci aveva condotto dalla sua nonnina, che affittava camere. Il cognato ci aveva mostrato la stanza e la cucina, poi aveva dato due conigli al nostro amico per portarli al ristorante della sorella.” Ce ne sono tantissimi qui,li ho cacciati stamattina” aveva detto nascondendoli frettolosamente in una busta di plastica per la mia espressione dispiaciuta.” Conosco questo sguardo,mi aveva detto sorridendo, è lo stesso di mia moglie quando li vede”. Affittammo uno squod per girare l’isola, sentivo fortemente il bisogno di ascoltare quella terra dai colori giallo ocra, rosso e nero. Il paesaggio sul cratere era arido, quasi completamente privo di vegetazione,mentre lungo il sentiero vi erano oleandri profumati, pini, ginestre, vigneti, alberi di limoni, mandarini, arance, cespugli di giunchi, fichi d’india e capperi. Il primo ad innamorarmi fu un faro, il faro di Gelso, chiamato così perché quella zona pare che un tempo fosse piena di alberi di gelso. Emozionante vederlo da vicino, passeggiare sulle pietre nere di quella spiaggia, immaginare le tempeste e la sua luce benedetta come una mano che ti afferra nel buio. Introducendomi in un viottolo fui attirata dai colori di una barca disegnata in un cancelletto di legno di una casa, dalle sue amache, dai gerani e dalle angurie piccolissime, assetate e striscianti sul terreno arido. Poi visitammo una chiesetta del 1800 deliziosa e piccolissima,con la statua  preziosa in legno della Madonna col bambino. Alle tre del pomeriggio arrivammo alla spiaggia dell’Asino,

una meravigliosa , sottilissima spiaggia nera dove facemmo il bagno e consumammo un ottimo panino e qualche pizza. I ragazzi , gestori del lido, erano simpatici, ci raccontarono che il posto si chiamava così  perché un tempo le barche scaricavano le merci in questo posto , dove c’erano gli asini pronti ad essere caricati. Capo Grillo fu l’altra destinazione, un posto molto alto dove poter ammirare tutte quante le isole Eolie. C’erano ville e l’aria profumava di oleandri e pini. Quel posto dominava il mare, il cielo, le isole. Ero come in preda ad una frenesia interiore e poi ad una pace che colmava l’anima. Quanta bellezza e potenza in quel luogo, quanto stupore e piccolezza di fronte alla verità. La nonnina della casa dove alloggiavamo stava seduta di fronte al suo giardino con un fazzoletto nero in testa e diceva le sue preghiere. Mi avvicinai guardando le sue piante e mi disse  che era assediata dalle formiche. Le risposi che tornata nella mia città le avrei telefonato per darle il nome di un buon disinfestante ed aggiunsi  che la sua isola era un posto magico e meraviglioso. A queste parole sorridendo mi raccontò la sua storia  dicendo che un tempo aveva avuto una pensione con 18 camere e che era riuscita a gestire tutto da sola. Diceva che nella sua famiglia erano 11 e tutti viventi, che non avevano patito la fame durante la guerra.  Che i pescatori gli davano il pesce e loro la frutta e verdure e conigli e le uova. In cambio di cibo ricevevano persino lenzuola ricamate . Poi era caduta e s’era rotta una gamba e un’altra volta il braccio. Ora aveva solo tre  stanze e la sua casa nuova e le sue piante., un piccolo giardino di terra nera pieno di piante grasse, gelsomini, vinca ,portulache, amarillis, ibiscus e pomelie.  Mi mostrava le piante e le ripuliva , parlava fischiettando un poco dato che non aveva più denti. Il pescatore ci aspettava  per farci fare il giro dell’isola, mi aiutò a salire sul suo peschereccio e partimmo. Il capitano era un uomo anziano dalla pelle abbronzata e secchissima, i capelli e la maglietta erano bianchi come la neve. Padre e foglio si alternavano alla guida raccontando dell’isola. “ Il vulcano dorme, dicevano. Siamo 500 abitanti d’inverno e ci conosciamo tutti, d’estate viviamo portando in giro i turisti” Osservavo la piccola cabina col timone in legno, una bussola grande, la foto di Padre Pio e dei parenti. Lo spettacolo naturale mi spezzò quasi il cuore. C ‘erano momenti in cui mi staccavo da tutti e guardando quel mare blu, le rocce frastagliate, le spiaggette nere, i gabbiani solitari, le croci bianche ad indicare i luoghi dove erano morti i subacquei,la vegetazione che cambiava da una parte dell’isola all’altra, non si riusciva a fare altro che pregare. Mi veniva di pregare e mi commuovevo fortemente quando il mare da turchese passava al blu e poi al verde nella Piscina di Venere o nella Grotta del Cavallo,

chiamata così perché in un certo periodo dell’anno quel tratto di mare diventa ricchissimo di pesce e cavallucci marini, accorsi lì per riprodursi. Osservavo come dalla dune di sabbia nera  nella Valle dei Mostri

apparivano mostri di roccia lavica, e nel mare alcuni scogli assumevano la forma della testa di un cane e di un leone. Il capitano mi mostrava le caverne, il fuoco del vulcano, i faraglioni

e lo scoglio con la Sirenetta. cielo era coperto ,ma non pioveva. I pescatori parlavano dei loro figli, di come arrivassero a Lipari prendendo la nave per proseguire gli studi superiori, erano umili e grandi al tempo stesso, si scusavano quando sbagliavano a parlare in italiano, si donavano e ci arricchivano di storie semplici di mare ed umanità. Il capitano mi mostrò due ancore quando mi avvicinai mentre ne stava ritirando una dal fondale, mi spiegò la differenza tra quella per fondali sabbiosi e quella per fondali rocciosi. Mi trovavo a mio agio in mezzo al mare come ci fossi sempre stata, come ne facessi parte. “ Il vulcano dorme, dicevano, l’ultima eruzione è stata nel 1890, noi siamo qui, questa è casa nostra, lui è continuamente monitorato e respira insieme ai nostri respiri,” Poi ci mostrò un enorme vigneto di zibibbo, uva dalla quale si fa il dolcissimo vino Malvasia. A volte il peschereccio pareva andare addosso alle coste, che pareva si potessero toccare con le mani, avrei voluto non scendere mai da quella barca. Giunti al porto scendemmo salutandoli e ringraziandoli della loro gentilezza e calorosa ospitalità mentre un odore di zolfo,simile alla puzza di uova marce ci provocava un po’ di nausea. Ci avviammo ai fanghi vedendo la gente immersa fino al colo e poi entrammo dentro l’acqua del mare, che ribolliva a causa di alcuni soffioni caldi che arrivavano da sotto sporcando il costume di mucillagini bianche e impregnandolo d’odore di zolfo. Anche il tramonto in quest’isola

 

 

aveva  una luce diversa e la notte pareva più scura e ricca di stelle dato che c’è meno illuminazione. Al mattino dopo la nonnina delle camere mi fece trovare un pacchetto di carta con le talee delle sue piantine grasse, alcune avvolte in in pezzetto di stoffa inumidita.  Mi chiamò offrendomi il caffè,  tenendo in mano un fiore di pomelia, mostrandomi  quale ramo avrebbe tagliato per fare una pianta nuova. “ Ho vinto tre volte il premio delle piante più belle e particolari sa, in qualsiasi periodo dell’anno questo giardino è sempre fiorito” Ci salutammo con un abbraccio e la promessa di rivederci. La nave al porto ci aspettava per ricondurci a casa. Salutai con ossequioso rispetto il Vulcano fumante, ripromettendomi che sarei tornata per fare l’unica cosa che il tempo troppo breve non mi aveva permesso :scalarlo.

 

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